Danza e femminilità

 

23 giugno 2012, ore 20. 30

Piccolo Teatro don Bosco, via Asolo, Padova

Dopo decine di ore di studio e preparazione in palestra e individuale, arriva il momento dell’esibizione.

Su volute e arabeschi di note, sorretti dal costante ritmo quaternario, proprio della musica araba, entrano le danzatrici, elegantissime e sensuali nei loro abiti di tessuto prezioso finemente ricamati e decorati, truccate con un seducente make up medio orientale, che mette in risalto gli occhi e la bocca e dona un incarnato perfetto.

Le loro movenze femminili e avvolgenti incantano il pubblico, il quale segue con attenzione le numerose performance che si susseguono proponendo

una grande varietà di stili, di costumi, di accessori: velo, fun veil, spada …

Uno spettacolo di livello così alto sottintende un lungo lavoro tecnico, che ha impegnato

la maestra, creatrice delle coreografie tutte originali, in una paziente opera d’insegnamento e

le allieve in una continuità di presenza e di attenzione; oltre a ciò appare evidente che fra le “odalische” del gruppo  ci sono grande armonia e affiatamento.

Questa è l’atmosfera che si respira nei corsi tenuti da

Nicoletta Marini, in arte Sharifa,

la quale insegna danza orientale da vent’anni.


“Prima frequentavo danza moderna – dice Elisabetta, una delle allieve del corso avanzato –  ma l’ambiente era molto competitivo. Inoltre non erano valorizzate né la femminilità né la differenza: tutte dovevamo omologarci al modello standard di donna voluto dalla  moda del momento”.

Praticando Danza del ventre con Sharifa, dicono concordemente le allieve, ci sentiamo apprezzate per quello che siamo: ciascuna di noi porta un contributo indispensabile e unico, proprio perché è diversa dalle altre.

“Il clima è talmente cordiale e accogliente – afferma Susanna – che, anche se arriviamo di corsa dal lavoro, con mille pensieri che ci affollano la mente, non appena Nicoletta dà il via alla lezione, subito ci troviamo sincronizzate, nell’intento di vivere nella gioia e nella serenità le lezioni, che sono ciascuna delle esperienze uniche per scoprire sempre di più noi stesse”.

Come dice Silvia, poi, l’ambiente rigorosamente femminile si rivela un laboratorio privilegiato per scoprire la femminilità in gruppo, soprattutto quando si è raggiunto un certo livello di armonia e di intesa. Addirittura, aggiunge Betta, la danza può essere una terapie per le proprie ferite, anche le più profonde, per farle affiorare e tramutarle in gioia, pianto, gioco.

In questa scoperta del corpo e della femminilità hanno un ruolo importante anche i costumi, attentamente studiati in rapporto alla coreografia e mai tali da privilegiare la seduzione a scapito della femminilità e l’uso di accessori.

I più impalpabili, come il velo e le sue recenti evoluzioni, ossia il fun veli e le ali di Iside, sono percepiti dalle danzatrici come un’estensione del proprio corpo, che fluttua accompagnato dall’aura di seta o tulle, in modo più ovattato e morbido nell’aria.

Più difficile è il rapporta con la spada o il bastone, mutuati dalle arti marziali, per la loro “definitezza”. Nonostante la loro rigidità, hanno comunque trovato nella danza orientale delle interpretazioni e degli usi sorprendenti, per cui la spada, ad esempio,  si trasforma in una falce di luna appoggiata sulla testa della danzatrice, quasi a ricordare gli attributi dell’egiziana Iside, della greca Hera o della romana Giunone e, di conseguenza, l’antichità millenaria di questa danza di vita e pace.

 

 

CENNI SULLA STORIA DELLA DANZA ORIENTALE

Sembra che la danza orientale sia una delle più antiche del mondo. Originaria del Medio Oriente, è  legata ai culti della dea madre, nelle diverse sfumature e denominazioni che la divinità prese a seconda delle diverse collocazioni topografiche e cronologiche (Ishtar in Mesopotamia, Astarte nell’area fenicia e cananea, Iaset e poi Iside in Egitto, Dea dei serpenti a Creta, Afrodite in Grecia, Venere a Roma…).

Venne scoperta dagli occidentali nel periodo della conquista napoleonica dell’Egitto.

Il nome di “Danza del ventre” fu dato dai soldati francesi, i quali furono colpiti dalle movenze seducenti delle danzatrici, in particolare dai movimenti ondulatori e rotatori di anche e bacino, messi in risalto dall’abbigliamento. La pratica, la quale fino a quel momento era stata affidata a due tipologie diverse di danzatrici – le Almeh (donne istruite nella danza, nella musica e nelle arti, gradite dalle classi sociali più elevate, che si esibivano al chiuso, per lo più davanti a un pubblico femminile) e le Ghawazee (artiste di strada di basso ceto sociale, che eseguivano il loro repertorio davanti a qualsiasi pubblico pagante) subì diverse metamorfosi a contatto con la cultura e occidentale, fino a diventare nel 1930, con l’apertura del primo nightclub al Cairo, fondato da Badia Mansabny, dove furono ospitate le due più grandi danzatrici della storia dell’Egitto, Tahia Carioca e Samia Gamal, una danza da cabaret, che arrivò, riscuotendo grande successo, fino agli studi di Hollywood.

Le ricerche della valenza più sacra ed esoterica del nucleo originario è recente e procede a rilento a causa della scarsità di una tradizione scritta.

A prescindere dal carattere più intimo di tale tipo di pratica, la danza orientale nel corso degli anni si sempre più diffusa fra le donne occidentali, non solo per la sua seducente bellezza, ma anche spesso su consiglio di fisiatri e osteopati, perché aumenta la flessibilità articolare e della colonna vertebrale, la tonicità del seno, delle spalle, delle braccia, del bacino, dell’addome e degli organi interni, che vengono massaggiati ora dolcemente ora in modo più intenso. Sembra ritardare l’osteoporosi e, migliorando la postura, dopo breve tempo dona alle praticanti un aspetto più elegante e armonioso , che diventa ben presto evidente anche nel quotidiano.

La danza orientale viene spesso accompagnata da numerosi accessori, alcuni di antica tradizione, come il doppio velo, altri di acquisizione recente, come il velo, il fan veil, la spada.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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